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Che mi significa? Significa che puoi prendere il testo ma devi dire che l'ho scritto io; non la puoi rivendere (però se trovi uno scellerato che se la vuole comprare fammi sapere che spartiamo il grisbi); e non puoi neanche modificarla (anche se capisco che la tentazione è forte). Bastard inside: i commenti non sono sotto la mia responsabilità quindi cari avvocati andatevi a raspare le corna altrove, inoltre vista la pochezza delle informazioni contenute in questo blog, peraltro aggiornato un pò a membro di segugio, certo esso non può essere considerato testata giornalistica nè tantomeno pubblicazione a scopo di lucro da nessuna persona dotata del bene dell'intelletto anche part time.
Credits
Prima che ci mettessi le mani per renderlo decente il template era quello di T-Machine e realizzato Giulia. Immagini prese da gugol.
giovedì, 10 luglio 2008 06:02
Primo spicchio
Fare zapping fra i canali della tv americana è una attività che richiede una certa pianificazione e sicuramente molto tempo a disposizione: se la fortuna ti ha arriso e sei felice ospite della suite presidenziale, infatti, è possibile che il telecomando del tuo televisore lcd sia simile al pannello strumenti dello shuttle, e tu abbia a disposizione qualcosa come novecento canali fra cui cercare un programma che faccia simpatia. A primo acchitto sembra una pacchia, ma quando ti ritrovi a segnare su un foglio excel il canale dei programmi che stai seguendo nella medesima serata, ci sono buone chance che tu finisca per fare gli occhi dolci alla statua della Venere di Milo che presenzia l’ingresso del cesso della suite. Perché il grande problema sta nel fatto che la pubblicità televisiva negli Stati Uniti è più invadente di uno zingaro al semaforo: un film apparentemente innocuo come Frankenstein Junior può durare fino a quattro ore visto che, cronometro alla mano, ogni otto minuti di film si intervallano sei minuti di spot, che finiscono perciò per essere più interessanti del film stesso tanto che ti incazzi quando riprende e ti interrompe quella fantastica pubblicità dell’ultimo modello di fucile a canne mozze.
Si perché i commercials, come li chiamano qui, possono essere facilmente divisi in tre categorie: cibo, medicine e “smetti di essere uno sfigato”. A quest’ultima categoria appartiene a buon diritto quel temibile spot in cui due bambine gnè gnè fanno le timide e nascondono qualcosa in mano mentre cercano il coraggio di entrare in salone. In questa stanza, grande come un campo da calcetto, perfettamente arredata con mobili di design color avorio, i fiori nel vaso e le tende vaporose, ci sta il papà delle suddette nanerottole il quale, giustamente, si sta facendo i cazzi suoi leggendo il giornale sul divano finchè non viene assalito dalle due streghe in erba che gli fanno capire che è ora. Ma ora de che? Il padre abbassa il giornale con una faccia del tipo ma perché non ve ne annate affanculo a scuola, e invece ci stupisce a tutti capendo al volo il messaggio. Dalle mani delle bimbette esce surrettizia una tintura di capelli per uomo. Così adesso, grazie ai capelli tutti dello stesso colore, vediamo l’amorevole papà a cena fuori con una babbiona mica da ridere, tinta pure lei, che si fanno una foto col cellulare e la mandano via mms alla prole, che nel frattempo ha preso possesso del divano, del giornale e delle tende vaporose. Lo spot sfuma mentre la più piccola delle due, che pare uscita da The Ring, dice una roba tipo: “sono contento che ce l’abbia fatta”!. Tesoro mio, ma gli hai dato una tintura per capelli, o il viagra?
Poi è incredibile quante pubblicità per le medicine fanno su tutti i canali. Jack potrebbe arrivare a dire che la metà almeno degli spot siano relativi a medicine, e anche per malattie serie o rare: hai il morbo di basedow, l’infarto, la morte in forma lieve? Ecco per te il pasticcone che potrebbe aiutarti a risolvere il problema. La palma de "le pejor" però va sicuramente al tizio che soffre di incontinenza, si alza cento volte a notte rompendo i coglioni alla moglie la quale, disperata, giustamente vorrebbe ronfare o, al limite, ciulare. Il marito, che è vero che si piscia addosso ma non è un fesso, capisce l’antifona e va dal suo medico anche se questo assomiglia pericolosamente ad O.J. Simpson. Ne esce con un pacchetto di pillole magiche. Che a quanto pare funzionano, se è vero che com’è o come non è, la sera dopo eccoli lì marito e moglie che amoreggiano sulla spiaggia come ai bei vecchi tempi. La storia non ci dice se poi lui sia dovuto correre a chiedere la chiave del cesso al bagnino, ma in compenso subito dopo scopro che le cotolette di pollo impanato possono ballare al ritmo della vida loca, possono assumere la forma delle lettere dell’alfabeto e soprattutto che è socialmente accettato intingerle nel succo di mirtilli.
Una roba che ti vien voglia di metterti sotto le coperte e dormire per giorni, senza neanche bisogno di prendere la famosa pillola contro l’incontinenza visto che sopra il cesso della suite presidenziale campeggia un quadro di Washington di quelli con gli occhi che sembra che ti seguano per la stanza, e capite bene come sia pertanto complesso concentrarsi e almeno centrare la tazza sentendosi osservati da cotanto personaggio.
Infine, fra i mille format che meriterebbero menzione, cito “The first 48”, in cui veri investigatori federali indagano su veri omicidi. E’ un programmonzolo che non risparmia i dettagli e le immagini crude, purtuttavia non mi ha convinto pienamente il fatto che, a prescindere dal contesto in cui è maturato l’assassinio, il colpevole che si portano in questura sia sempre e comunque un negro.
Medaglia d’argento invece a “L’uomo più forte del mondo”, incredibile sfida fra energumeni giganteschi, dalle ginocchia grandi quanto lavastoviglie e dalle mani capaci come pale di mulino, che si sottopongono a prove di fatica impressionanti al solo scopo di farsi uscire un’ernia.
Non c’è da stupirsi, pertanto, se Jack passa molte serate ad infastidire i putti di marmo che campeggiano ai lati del balcone della suite presidenziale.
Chiude gli occhi Jack mentre il 777 stacca le rotelle da terra, e ci impiega parecchi secondi a sollevarsi, attimi in cui sembra di galleggiare sull’acqua prima di ricadere a fondo nuovamente. Quando li riapre, la pista è una piccola striscia di terra distante, immersa fra i canali che circondano Amsterdam e il sole del mattino che li colora di uno slavato oro.
Non era neanche andato a dormire Jack, come da tradizione sempre prima di partire per un altro continente. Aveva offerto una cena ad una compagnia di loschi figuri in una nota trattoria di cucina tipica romana, aveva trovato il tempo per incasinare ogni possibile cosa con La Donna Delle Trappole, e quindi s’era apprestato a preparare il valigione, una delsey che pesa sedici chili a secco, e centonovanta col pieno ma che, almeno, avrebbe garantito una chiusura più agevole rispetto alla classica "Verdona Seconda", che come suggerisce il nome ai più sagaci di voi era la seconda valigia Carpisa di color verde fastidio, ora riposta nel secchione sotto casa, anch'esso verde, data l'impossibilità di farla ritornare ad una condizione di utilizzo accettabile dopo le tristi trasferte londinesi, che l'avevano vista esalare l'ultimo respiro imbalsamata con dello scotch. Unica rogna della delsey: per trascinarla occorre sfruttare le correnti eoliche sbandierando l'albero di maestra o, in alternativa, agganciarla come rimorchio ad una jeep.
Dodici ore di volo in classe economy è una fruibile alternativa all’infilarsi una mazza da baseball nel culo, se vogliamo metterla sull’esistenziale, ma stavolta Jack era stato scaltro come una cucurbitacea e s’era fatto prenotare un volo il cui arrivo nella terra dove finisce la terra era previsto a mezzanotte, il che rappresentava un particolare da non sottovalutare visto che con una organizzazione degna del proprio disastrato dna sarebbe arrivato fuori da ogni orario lavorativo, potendo contare solo sulla sua rinomata buona stella, il coupon dell’autovettura a noleggio e una vaga indicazione sul fatto che potenzialmente c’era forse un appartamento a Dolphin Beach dove, chissà, avrebbe potuto andare a stare per i successivi mesi. Le premesse c’erano d’altronde tutte: incartapecorito tipo cubo del tetris Jack si accappotta per le scalette dell’aereo ruzzolando giusto ai piedi della solita guardia negrona che capisce subito il trucco e gli dice che no, un’invalidità temporanea non gli permetterà di scavalcare la tremebonda fila al controllo passaporti.
Tornare a Cape Town è un po’ come rivedere una ex che si è amato tantissimo, e con la quale è finita per ragioni ignote. Tutto è al contempo un po’ come ce lo si ricorda, con qualche cosa di nuovo qui e lì, ma sempre bellissimo e intrigante perché è proprio così, puoi anche far finta di niente ma è sempre tutto lì, sotto il letto ben custodito in un baule, che ogni tanto distrattamente guardi e qualcosa ti ricorda, e prima o poi riaprirai trovando ancora lo stesso profumo di una volta. E’ la vita, per quel che vale. E insomma Jack ride a sessantaquattro denti come non capita spesso mentre percorre con la solita Toyota Merdaccia la N2 a tutta birra, contento e leggero come capita solo a chi sta tornando a casa.
Rododendro è ancora vivo. Continua a credere che i Vietcong possano assalirlo da un momento all’altro, ma nel complesso riesce a ricordare i concetti basilari del proprio lavoro, nonostante sia di ben passata la mezzanotte e come è noto a quell’ora i vecchi siano ferocemente rincitrulliti. E Jack lascia bonariamente correre quando il vecchino urta un pensile facendo cadere un piatto di ceramica e si sente dire di far silenzio, che sveglia gli altri condomini. Jack alza lo sguardo al cielo e sa che non si può fare niente, i vecchi e la loro testa usurata lo perseguitano, ma di lì a poco eccolo sul balcone dell’appartamento H101, a sniffare la salsedine del mare che risacca placido, e a contemplare le vibranti luci della costa dove la città brulica e vive.
Ma bisogna anche dire che, se presi lontani dai bagni, Jack trova gli americani di New York parecchio socievoli e simpatici benché, come tutti gli anglosassoni, soffrano un poco di autoesaltazione e facciano gli amiconi finchè non te lo devono buttare al culo per qualche ragione. Una mattina Jack era appena entrato in ufficio, e aveva trovato sul bancone del corridoio un vassoio gigante su cui erano adagiate ciambelle, ciambelle con glassa, ciambelle alla cioccolata, ciambelle rotanti e ciambelle ai raggi gamma. Interdetto di fronte a tanta manna apparentemente gratuita, era rimasto incerto sul da farsi quando era stato raggiunto da due avvenenti babbione che, adocchiato il pollo fresco dai loro uffici, si erano gettate a pesce presentandosi e iniziando una conversazione surreale a base dei più triti luoghi comuni sull’Italia. Non appena scoperto però che Jack era un consulente esterno, l’avevano piantato lì in asso che rideva all’ultima battuta, facendolo sentire un po’ come Ametrano all’autogrill che ride della barzelletta raccontata dai turisti tedeschi e poi scopre che gli hanno rubato le borchie.
Poi la giornata lavorativa era finita in un batter d’occhio, e l’ascensore era sceso velocemente al piano terra, Jack aveva attraversato l’elegante lobby dai tappeti rossi e dalle maniglie dorate, aveva oltrepassato la porta girevole, unico varco in una parete di vetro larga trenta metri e alta venti, e s’era ritrovato sulla sesta avenue, investito dai temibili odori dei piccoli stand su rotelle che ti vendono hot dog cotti nel Castrol per motori a due tempi, e conditi con dei pretznel glassati col cemento armato, pronto per salire su un cab e proiettarsi nelle magiche notti newyorkesi.
Col più classico dei nasi da tartufo avevano passato, lui e il Signor G., la serata in un noto locale gay giù a Soho dall’ammiccante nome “Other Side”, in cui nulla di strano era avvenuto se si esclude il riccioluto ricchione al suo fianco che aveva provato a fargli scivolare in tasca una banconota da 50 dollari per ragioni che Jack aveva preferito classificare come amicizia fra i popoli, e un'improvvida zoccolaccia che dopo essersi scolata tre birre e aver scritto dieci pagine del suo diario personale aveva lasciato di stucco il sosia di Andrè di Lady Oscar nel mezzo di una discussione sui migliori fondotinta in commercio. Durante la pausa sigaretta, nel freddo becco della street, aveva stretto conoscenza con una tizia a cui avrebbe voluto tirare un pugno in testa dopo trenta secondi. Non vedo l’ora che sia natale, aveva esordito mentre il fumo di sigaretta lottava per non congelarsi, E poi capodanno, ma ci pensi quanto sarà cool tutto questo, non sto nella pelle. Jack con il Natale e il Capodanno ha da sempre un brutto rapporto. L’anno scorso i due si erano presentati all’improvviso su quella che a lui era sembrata una moto sportiva, i caschi neri calcati in testa, e gli avevano sparato a bruciapelo. Ah si anche per me, aveva ribattuto Jack, E’ il momento dell’anno che preferisco aveva detto con il suo faccino da bravo ragazzo che bugie non ne racconta mai, La gente è così stupida sotto le feste, pensa che l’anno scorso ho rifilato una chitarra rotta ad un padre di famiglia che la cercava disperatamente per metterla sotto l’albero al figlio di otto anni, era il ventiquattro dicembre sera e ho sghignazzato per diverse ore al solo pensiero.
La ragazza lo guarda come si guarda la suola di una scarpa dopo aver pestato una merda. In effetti, non era stato un gesto in odore di santità, e gli aveva rovinato parecchio il karma se è vero che gli accidenti tirati dal piccolo padre di famiglia all’indomani della triste scoperta che la chitarra avesse un paio di Rigoli al posto dei pick-up erano arrivati tutti a destinazione.
Colpa del tatuaggio a forma di bersaglio sul culo, pensa Jack, forse non avrei dovuto far scrivere “100” proprio lì . Poi il taxi arriva finalmente sulla cinquantesima angolo decima, e Jack ha già capito che la maledizione di Montezuma lo attende inesorabile. Lui abita tre isolati più giù, sulla quarantasettesima, in un delizioso loft con vista sul palazzo di fronte immerso in un caseggiato ristrutturato da poco il cui portinaio ha una benda col Jolly Roger sull’occhio sinistro e contrabbanda orzata con l’ausilio del nonno in carrozzella al settimo piano. L’appartamentino è in condivisione col Signor G. e offre servizi aggiuntivi quali la signorina del palazzo di fronte che ad un’ora prefissata fa vedere le tette a chiunque sia disposto ad aspettare l’orario dello spettacolino. Chiude gli occhi Jack, mentre i rumori della metropoli si fanno più attutiti e l’orologio gigantesco di un grattacielo in secondo piano inizia, muto, a battere le tre del mattino.
Andò cazzo abitavano i Robinson, pensa il Jack mentre la guida sportiva del taxi fermato qualche minuto prima giù a Tribeca gli scombussola lo stomaco. La settima avenue è il fondo di un canyon le cui pareti sono fatte di vetro e piloni di cemento, dietro le cui finestre, negli ampi open space arredati da chi non ha problemi economici, chissà quali altre vite Jack avrebbe potuto condurre. Nuova Iorca è già addobbata per il Natale. Anche di notte infatti si possono notare sui marciapiedi e dovunque ci sia un palo o un aggancio, bozzoli di cavi elettrici semoventi da cui spuntano un paio di mani e di piedi, che con molto gusto e dedizione provvedono a dipanare la matassa e stenderla in una ghirlanda fatta di lucine tenue e intermittenti, che delicatamente formano ora la scritta Merry Christmas, ora una deliziosa mela rossa che augura amorevolmente Happy New Year, ora in un missile Sam che va in culo a Saddam Hussein.
New York va a zone. Fondamentalmente ha degli scorci incantevoli, strade alberate ben tenute e maestosi manufatti architettonici, ma anche parti di una laidezza sconfinata che Jack si è domandato come fosse finito in quella che a tutti gli effetti sembrava Calcutta dopo lo sciopero delle fogne. E chissà in quale di queste zone lo stava portando il taxi, guidato dal più classico degli immigrati del Bangladesh. “You ok?”. Jack non deve avere un colorito proprio roseo. Avrebbe voluto rispondergli con l’immortale battuta tratta da Pulp Fiction, ma si rende conto che non avrebbe avuto la stessa potenza espressiva su un emigrante il cui vocabolario inglese è fatto al massimo da trenta parole, e perciò preferisce fare cenno col ditino pollice al negretto al volante che si, è tutto ok, e che non gli sta mica insozzando il sedile. In ogni caso, avrebbe preferito utilizzare il suo prezioso maglione Ralph Lauren come pannolone, piuttosto che dare soddisfazione al tassinaro, il quale si sarebbe impuntato sicuramente affinché Jack pagasse la prevista multa di 50 dollari per terremoto instestinale abusivo. Perché a New York c'è una multa per tutto, e allora bisogna ricorrere a trucchi tipo dare l'indirizzo sbagliato al tassista, giusto per essere sicuri di non essere rintracciati l'indomani. Infatti, è vero che qui a Manhattan sembra di stare a Napoli, ma è anche pur vero che gli indigeni sono sempre americani, gente del calibro che sulla pizza surgelata hanno dovuto mettere una targhetta che recita "Togliere dalla confezione di plastica prima di mangiare". E i risultati poi si vedono. Jack lavora al decimo piano di un elegante edificio sulla sesta avenue, al cui interno è tuttavia consentito mangiare alla propria scrivania i piatti tipici della zona, ovverosia orrende poltiglie fatte di carta straccia, ghisa e pallini da schioppo. Emanano un odore talmente nauseante che più di una volta Jack è stato costretto a ripiegare nella zona relax e ad intrattenere conversazione con la solitarissima addetta al rifornimento del frigorifero, una tipa di colore divorziata e noiosa come l’entomologia astratta. Ma il vero problema si palesa tipicamente verso l’una e mezzo quando, finito il pranzo, torme di colletti bianchi dimenticano di essere rispettabilmente vestiti in giacca e cravatta e danno l’assalto ai cessi. I tuoni che da lì a poco si possono udire passando nei pressi dei bagni, quelli delle donne compresi, purtroppo però non sono i cannoni di Lavarone, ma il nefasto risultato di una dieta che definire micidiale non le rende il dovuto onore.
Ma di questo Jack ne avrebbe ben presto avuto tangibile dimostrazione.
Quinto Tentativo di Chiusura (Mile’s End)
L’assistente al desco Alitalia nel Terminal due ad Heathrow è italiana esattamente quanto Jack è un provetto ballerino di tango. E’ piuttosto minuta e i piedi non toccano per terra seduta com’è sul trespolo dell’accettazione, e Jack pensa che sia di provenienza indiana per via del colore olivastro della sua pelle e per i lunghi lucidi capelli neri raccolti in una terrificante coda di cavallo spelacchiata. Come al solito, la fila per il check-in in classe “carro bestiame” è lunga una quaresima e mezzo, e Jack ha tutto il tempo di intrattenersi con i suoi vicini di fila, una ragazza milanese bidone mica da ridere che in due secondi netti gli riesce a frantumare le balle parlando del suo strapagato lavoro in Vodafone, e un anziano nero dai pochi capelli ingrigiti, che sostiene di provenire da New Orleans e di essere un cintura nera di Voodoo. Jack non si arrischia a fargli notare che sta facendo il check-in nella coda sbagliata, mentre solerti omini di colore chiedono ad uno ad uno ai presenti se hanno con sé liquidi eccedenti i cento millilitri, che per ordine della Regina vanno imbustati, la ragione per la quale sfugge alla comprensione dei più. Jack ne approfitta per andare al bagno e mettersi in regola con la normativa aeroportuale, e chiede al nonno di Kunta Kinte di reggergli la valigia. L’immonda, valigia. Chiuderla era stato un miracolo. Quella mattina Jack s’era svegliato di buon’ora e aveva iniziato munito di argano, carrucola e santino di Sant’Eustachio a chiudere l’oggetto. Ma quando come le lumache vai in giro per i cinque continenti portandoti dietro tutto ciò che hai con te, può capitare che non ti stia esattamente giusto dentro una valigia della Carpisa. Dopo due ore di macchinazioni, irrise dall’oggetto con disarmante facilità, Jack aveva cavato l’asso dalla manica e s’era avvalso dell’aiuto da casa. Mami è una negrona di centotrentachili, pare uscita da Via Col Vento, c’ha due mani che pelano le noci di cocco e tutti i lineamenti somatici del viso raggruppati in sei centimetri quadri. E’ una pratica, e Jack per questo la ammira. Vestita com’era col grembiulino viola scuro e la parannanza bianca merlettata, fa l’ingresso nel flat 60 con la stessa grazia di Gozzilla per le vie di New York. Sulle prime, anche lei aveva dovuto ammettere che chiudere quella stracazzo di valigia non fosse compito facile. Ma è una che parla poco, e Jack non aveva avuto bisogno di usare la risposta al vetriolo confezionata nottetempo semmai la gentile signora avesse dato fiato alla bocca. Invece, con mossa repentina, Mami si era seduta sulla valigia e aveva biascicato un: “Quick!”. Jack non se lo era fatto ripetere. Nel tempo di valore europeo di tre secondi netti aveva serrato la doppia zip e Mami trotterellando s’era dileguata per i corridoi moquettati senza dire una parola. Jack aveva notato solo sulla strada per l’aereoporto che il troppo stroppia e che la valigia si stava lentamente, ma inesorabilmente, aprendo in due come una vongola portoricana d’estate. Quando il taxi l’aveva scaricato a Paddington, Jack teneva in mano quattro paia di mutande, una camicia e il dvd del Grande Lebowski. Sceso dall’Heathrow express, quarantacinque minuti dopo, aveva le tasche colme di calzini, alcuni libri americani di auto aiuto in equilibrio sulla testa, mutande a iosa inanellate alle braccia ed era vestito di otto strati di camicie. Allora, lui che l’ha sempre saputa lunga, s’era presentato all’imballo valigie, determinato a domare col cellophane l’orrendo mostro. Anche lì c’era un indianino, che aveva visto arrivare Jack travestito da albero della cuccagna e trascinante un oggetto informe che pareva il cadavere di una valigia. Un caso umano prima che clinico, chiaramente, e quando Jack gli aveva spiegato che se lo voleva portare in cabina e che aveva bisogno di incellofanarlo, l’indianino l’aveva guardato con la stessa faccia della gatta che va al lardo e s’era messo all’opera.
Per ridare consistenza ai quattro lati – che poi s’era scoperto essere fatti con cartone cinese di media qualità - della valigia, Cavallo Che Impacchetta Sulle Alte Vette aveva dovuto utilizzare sei rotoloni di materiale primo, ma alla fine sudato come un lottatore di sumo aveva restituito l’oggetto imballato ad arte e neanche aveva voluto un extra che pure Jack gli aveva fatto scivolare in tasca con un occhiolino complice. Così la gentile signorina al desco alitalia vede avvicinarsi minaccioso un italiano con valigia piquadro di pelle marrone nella destra, e nell’altra il manico di una specie di palla bitorzoluta coperta di scotch con la sinistra.
“Lei lo imbarca, vero?”
“No, pensavo di puntellarmelo in equilibrio sul naso”
Così mentre la vita in una valigia ruzzola scomposta sul nastro trasportatore, Jack se ne era andato a botta sicura a controllare di quanto fosse in ritardo il proprio aereo, eludendo i gentili omini che cantilenavano ad ognuno: “Lei ha liquidi eccedenti i 100ml con sè?” con sorridenti e menzogneri “no”.
Come aveva menzognato la bionda sulla sua partenza.
- “Così te ne vai”
- “Si”
- “Torni?”
- “Presto”
Erano in un bel locale a Mile’s End, il posto giusto per salutarsi. Era sera, una serata fredda come l’acciaio ma senza pioggia, e dalle vetrate si vedeva una incantevole piazzetta di mattonato rosso scuro, curati alberelli nelle loro aiuole e la facciata del palazzo prospiciente decorata con tanti fili di lucine gialle disposti su piani sfalsati, ognuno di lunghezza e larghezza diverso dall’altro, che pitturavano con riflessi traballanti e flebili ogni cosa attorno a loro. Un neon rosso scuro con su scritto “Budweiser” lampeggiava ad intermittenza, e Jack aveva pensato che a quel punto, se fosse stato un film, sarebbero dovuti partire i titoli di coda e la colonna sonora di chiusura, lasciando spettatore e attori con un finale incerto. Perché a volte voler vedere quel che viene dopo è dannoso. Perché a volte qualunque cosa si aggiunga è indifferente, perchè a volte la sola canzone di chiusura è quella che conta. E la musica c’era già. Sullo sfondo, dal buio delle casse attaccate alla parete, un cd suonava una vecchia canzone dei Pet Shop Boys, anno millenovecentonovantatrè se non sbaglia, un anno che comunque Jack non ricorda più bene. Ma ne capta una strofa. “Love never seems to last / however hard you try / And I replied / that there are no more lovers left alive / no one has survived.......” e anche la bionda si era fatta improvvisamente triste. Le poltrone sono di velluto viola, di quelle a forma di esse, anatomiche e comode. Sono disposte parallele e invertite cosicché i visi possano vedersi e toccarsi facilmente, e in mezzo un tavolino di vetro sorregge due bicchieri di vino rosso luccicante e una candela quadrata color avorio, quattro angoli di cera a formare altrettante torri un po’ pendenti quasi a proteggere la fiammella che aveva scavato la sua personale stanza del castello in mezzo alla cera, a metà della candela.
So there are no more lovers left alive / that’s why love has died……
Era l’epifania del millenovecentoottantasei, e sul tavolo c’era questa musicassetta – all’epoca i cd non erano stati inventati, il primo album dei Pet Shop Boys, la copertina nera con tante strisce con i colori primari, e sullo sfondo un sorriso di chi avrebbe perso di lì a poco e ritrovato –solo temporaneamente s’intende- solo molti anni dopo, e che ancora Jack sarebbe andato cercando per i sette mari, maledetto come l’Olandese Volante sul suo vascello dalle vele bucate e dalla polena sbreccata, per chissà quanti anni. Forse per sempre.
- “Sai che dall’alto le luci di ogni città ti raccontano una storia?”, aveva detto Jack per interrompere un silenzio troppo carico di sguardi.
- “Davvero? E’ questo ciò a cui stavi pensando?”
- “Eh si, come hai fatto ad indovinare. Prendi Londra ad esempio. Dall’alto sembra un unica collana di diamanti adagiata in tante volute ora parallele, ora concentriche, ma sempre senza interruzione. Le luci si avvolgono a vicenda, e vorresti scendere dall’aereo solo per tirare un’estremità della collana e vedere che succede. Le case e le strade sono state costruite in un abbraccio. Parigi invece. Beh Parigi sembra tanti mucchietti di pietre luccicanti ordinati su un tavolo a formare un tondo. Al centro, c’è il diamante più grosso, che brilla come se volesse far diventare più nero il nero che c’è intorno. Le case sono costruite per essere autonome, ma sanno sempre dove andare a cercare la propria origine”.
- “E Roma?”
- “Roma sembra un grosso mucchio di brillanti, rubini e perle mischiati assieme. Non si capisce niente, e le case sembrano ognuna per i fatti propri, è impossibile trovare una direzione”.
Era arrivato il momento di andare, e avevano passeggiato un po’ per un bel lungotamigi illuminato sapientemente, ombre in abito scuro e longuette di seta coi guanti fino al gomito fra le foglie gialle e i lampioni di ferro, e poi giù per qualche sottopasso col soffitto a volta di mattoni antichi, così londinesi. E una luna che non ci si crede, una piazzetta buia e solitaria dietro Liverpool Street, una panchina di legno umido da un lato. Un palazzo di mattoni color ocra nasconde Bishops Gate, dove i black cab se ne vanno in giro furiosi e senza requie in cerca di un braccio alzato o di un fischio. C’è tempo per chiamarne uno, e nessuna fretta che si fermi. Lei s’era asciugata il bel faccino da qualche lacrima del tutto immeritata.
Yes it’s true / look this happened / to me and you……(1)
Luci rosse dei fanali sbiadiscono in lontananza. Jack si siede sulla panchina e si alza il colletto della giacca, ha iniziato a tirare un vento ribaldo. Quante chiusure s’è lasciato alle spalle, e quante non avrebbe dovuto, non riesce a dirlo. Sa che anche stavolta quei maledetti titoli di coda sono arrivati solo al momento giusto. Così, mentre si accende l’ultima Philip Morris, guarda verso l’alto, l’ampio sorriso gli evidenzia le rughe attorno agli occhi ora luccicanti e intensi, ed è già sul prossimo aereo.
(1) L'amore sembra non durare mai /per quanto ci puoi provare
così le risposi
che non ci sono più innamorati al mondo / nessuno ce l’ha fatta
quindi non ci sono più innamorati al mondo / ecco perché l’amore è morto
si, è proprio così / sai è questo quel che è capitato a noi”
Quarto tentativo di chiusura
Una pioggiuzza fine fine, di quelle che neanche senti ma che se le dai troppa confidenza ti ritrovi pure con le mutande bagnate, picchietta sulle guance di Jack, che guarda verso l’alto il cielo grigio con uno sguardo assente tipo triglia pescata ad inizio secolo. Le propaggini della sera si muovono rapidamente ad invadere il cielo omogeneo insinuando al suo interno lunghe lingue arancioni e viola, e tutto attorno a lui si vernicia di quella luce azzurrina malinconica e bellissima. Jack tiene nell’angolo destro della bocca il suo sigaro di addio, un Romeo Y Julieta piuttosto costoso come è giusto che sia, e la brace rossa si ravviva ogni tanto in sincronia con il suo respiro mentre cammina lentopede verso la Tube. “Adoro i piani ben riusciti”, pensa nel frattempo che il sigaro con il suo aroma peculiare e vanigliato sbuffa fumo azzurrino che il vento rapidamente avviluppa in precari cerchi prima di disperderlo del tutto. Quale piano precisamente sia riuscito Jack lo ignora, però ha chiuso un altro progetto e dalla tavolata dell’ultimo pranzo di progetto il capoccia l’aveva perfino elogiato come esempio di organizzazione e capacità. Jack, onorato dall’adulazione come solo potrebbe esserlo un maiale che è riuscito ad arrampicarsi su una palma, s’era alzato in piedi e sorridendo agli astanti aveva sollevato il calice giallo di Veuve-Cliquot Riserva del ’99 – il suo preferito- e aveva proposto un brindisi a ciò che è stato, come nel suo costume, e a ciò che sarà, più imprevedibilmente. I colleghi avevano annuito e sorriso uno ad uno dietro le loro facce brille augurandogli di rimando ogni bene possibile non notando il celere sfregamento ai coglioni che Jack con maestria aveva attuato con la mano sinistra nella tasca. C’erano tutti a parte Biancaneve, un ragazzo nero come la pece dal nome e cognome assolutamente impronunciabili e di chiara provenienza subsahariana, scaltro come una faina sotto effetto di popper. E quello della furbizia era l’ultimo dei suoi problemi, visto che era solito consumare in ufficio dei pasti tossici come l’Idraulico Liquido, emettendo poi durante il pomeriggio gas asfissianti a lungo raggio in grado di pettinarti come Billy Idol. Un giorno Jack aveva iniziato a vedere appannato e a respirare con difficoltà, e iniziando a bestemmiare contro la recidiva della sua pancreatite aveva alzato lo sguardo cercando conforto nel mondo esterno, per vedere invece l’Amico Fritz già coi capelli dritti virare al verde in faccia. Entrambi s’erano voltati verso Biancaneve che serafico stava mangiando una poltiglia orribonda da una vaschetta di polistirolo con su impresso un teschio con le tibie incrociate, felice nella sua autoprodotta nuvoletta di aromi mortali. S’era accorto che qualcosa non andava attorno a lui, ed esibendo un sorriso a sessanta denti come solo i negri hanno, aveva detto: “Ne volete un po’”. No grazie, noi si preferisce vivere. Quella roba era così rivoltante che perfino Ubbriacone con l’Orecchino, uno che assomiglia tristemente a Paul Gascoigne ai tempi della Lazio ed è campione nazionale nella combinata di rissa più salsicce e birra, s’era indignato e l’aveva cortesemente mandato a cagare, in senso letterale. Il che era stato poco educato, visto che Biancaneve stava soltanto cercando di lenire la tristezza per una multa che gli era arrivata in mattinata a casa e che aveva avuto conseguenze disastrose sulla sua vita amorosa. Aveva mostrato il foglio a Jack: 78 sterline di multa per divieto di sosta, corredate da una foto dell’infrazione. Lo scatto era notturno e si vedeva poco, ma a parte la targa si scorgevano chiaramente al posto di guida dentro la macchina una sessantina di denti che sorridevano.
- “Ma scusa, chi c’è dentro la macchina che sorride?”
- “Ah, quello sono io!”
- “Cioè fammi capire, ti hanno fatto una foto per testimoniare il tuo divieto di sosta, e tu eri dentro la macchina che sorridevi? Dove pensavi di essere, a Disnelyland abbracciato a Topolino?”
- “Eh si, bastardi!”
Oh. my. sweet. jesus. Jack s’era girato dall’altra parte con lo stesso sguardo di O.J. Simpson sulla sedia elettrica, mentre Biancaneve aveva preso la Bibbia tascabile dalla sua giacca per chiedere un segno di clemenza al suo dio, puntualmente esaudito di lì a poco sotto forma di una telefonata della moglie, che urlando come un’ossessa pure lo mandava a cagare, ma questa volta in senso figurato. Dall’altra parte dell’open space, Cavallona si stiracchiava mostrando all’urbi e all’orbo la sua merce pregiata, sempre sia lode ai pantaloni a vita bassa. Qualcuno fischia, Jack che è un intenditore si congratula per l’accurata depilazione a rettangolo (“nice square shaving!”), un ricchione nell’angolo fa una faccia schifata e butta lì un “pazzaaa!”. Cavallona è un’australiana di un metro e novanta sagomata come Afrodite-A dalla chiara idiosincrasia per le mutande, e il dubbio se fosse una rossa naturale Jack e compagnia se l’erano levato quel giorno. L’unico che s’era perso lo spettacolino era stato Say Papa, il vero obiettivo di cotale sfacciato esibire. Say Papa è un onesto padre di famiglia poco meno che trentenne e alto un metro e sessanta, che triturava le palle di tutti in ufficio chiamando ogni due ore la figlia di quattordici mesi e cercando di farsi dire “Papà” al telefono, fallendo miserabilmente ogni volta. Jack, l’Amico Fritz e Carlo Radeschi s’erano lungamente interrogati se ci fosse stata una tresca fra i due, senza arrivare davvero ad una conclusione certa. Quel che sapevano però era che Cavallona, pericolosamente ingrifata, avrebbe fatto polpette del poveretto, se solo quest’ultimo avesse ceduto alle eleganti lusinghe di lei. E un paio di volte, sentendo rumori convulsi provenire dai cessi, erano pure corsi a vedere, scopettone e prendimmondizie in mano, pronti a raccattare ciò che rimaneva dello sventurato fedifrago, ma più che altro incuriositi dalla soluzione aerodinamica implementata nell’amplesso, vista la differenza di altezza e corporatura fra i due. Nulla di fatto, se Say Papa e Cavallona avevano combinato, erano stati ben attenti a coprire le proprie tracce e a soffocare ogni gemito, o semplicemente non erano così pervertiti da ciulare nei bagni de “I Tempi Finanziari”.
Biancaneve era stato poi estromesso dal progetto per puzza molesta con il più classico dei calci in culo, e se n’era andato un Venerdì uggioso senza salutare nessuno, proprio mentre Ubbriacone con l’Orecchino con un abile gioco di ombre cinesi aveva preso possesso dell’intero progetto insediando un regime a base di chiara doppiomalto e wurstel. Cavallona e Say Papa per quanto ne sapeva Jack erano ancora lì che si scrivevano porcate su messenger, ma le loro immagini s’erano iniziate lentamente a sbiadire, Jack già lontano e straniero, dopo aver chiuso dietro di se la porta verde e scrostata del pub e incamminatosi sul lungotamigi in mezzo al vento che sibilava come un rettile e alle fotovoltaiche del Millennium Bridge, fredda luce azzurra fusa con l’argenteo colore del cielo e del grande fiume.
Come corrono veloci le nuvole sopra il cielo di Londra, pensa Jack tornato con il muso sulla terra. Ancora la pioggerella tenue ticchetta sulle sue spalle, e allora getta il ciò che resta del sigaro a terra, la brace si spegne spargendo attorno tanti piccoli tizzoni rossastri allorché la punta della scarpa ruota prima a destra e poi a sinistra sul mozzicone, poi Jack oltrepassa la lama scura dell’entrata della Tube, e va a raggiungere la destinazione del suo prossimo tentativo di chiusura.
La vecchia legge le carte, seduta com’è ad un tavolino coperto da un panno rosso e una candela che brucia lentamente, diffondendo attorno un alone giallo e illuminando il foulard rosso che le fascia i capelli. Siede ai piedi di un edificio d’altri tempi, fatto di mattoni anneriti e finestre dai multipli pannelli di vetro incorniciati in listelli di legno bianco un po’ scrostato. C’è anche più sopra un vecchio argano arrugginito, di quelli che forse servivano una volta per issare al secondo piano qualche materiale da lavorare, rimasto lì ad arrugginirsi quando il wine bar che s’è alloggiato ora all’interno ha preso il posto di ciò che c’era prima. Ed è strano vedere questo antico palazzetto decorato con dell’erba verde e qualche fiore lilla che esce dal davanzale, strozzato in mezzo alle moderne strutture a vetri ed acciaio, un numero imprecisato di piani tutti uguali in cui puoi vedere la vita di chi ci lavora dentro attraverso le scrivanie, gli schermi di computer, gli attaccapanni, frenetici durante la giornata e desolatamente vuoti, benché illuminati a giorno, durante la notte se si eccettua qualche coppia occasionale che per ottimizzare i propri impegni si dibatte senza vestiti su un tavolo di una meeting room.
Jack è annoiato, si guarda intorno distrattamente perché ormai la città ha perso ogni alone di novità e non stupisce più per i suoi scorci pittoreschi e le sue facce di tante razze mischiate. Ma Denmark Street è il posto dove ogni chitarrista vorrebbe essere sepolto. In soli cento metri di strada, piccola e fumosa e dall’asfalto perennemente bagnato, puoi trovare qualcosa come trenta negozi di chitarre e accessoristica varia per musicisti da zero a novantanove anni. Scegliere in quale entrare è una vera impresa, ma Jack che di affari se ne intende si fa subito adescare da quello più colorato e dalle lucine più sgargianti, e chiede di poter provare quel Marshall nell’angolo con una chitarrina a caso marcata Gibson che stacca un cartellino di appena quattromila sterline. La ragazzetta dietro il bancone, una di quelle vestite rosa e nero con gli anfibi da seicento chilometri di lacci ai piedi e dai capelli pettinati coi fili dell’alta tensione, lo guarda come il prato che vede la mucca alzare la coda. Indossa una maglietta nera che a fatica contiene le tettone sottostanti e con su scritto “Don’t try this at home”, il rossetto nero sbiadito dalla lunga giornata di lavoro. Jack si incolla l’amplificatore e la gothic girl la chitarra, e insieme vanno nel retro dove alcuni tizi scarcerati di fresco stanno provando altri strumenti.
Jack suona la chitarra da così tanto tempo che neanche si ricorda più, ma ha ancora molta strada davanti per dirsi un provetto musicista. Inganna bene il profano, certo, ma risulta sospetto all’iniziato e fumoso all’esperto. Le scale misolidie in terzine legate a salire, ad esempio, non gli sono mai riuscite. Le dita gli si appiccicano troppo alle corde che è difficile non fare rumore sollevandole, e la pennata è troppo ampia e faticosa perchè ottenga pulizia e velocità. Eppure, sono fondamentali per il genere che suona e Jack ancora ci prova, si esercita, pur sapendo di non avere la costanza e la volontà di risolvere il problema, come pur tanti altri oltre a quello appena addentati e mai digeriti. L’amplificatore ha una targhetta attaccata sopra con su scritto “We reserve our right to kick your fucking ass damn out of here if you only try this amp playing “Stairway to heaven”, “Sweet child o’ mine” or “Smoke on the water” (1), che cade desolatamente a terra non appena Jack attacca le note di “Demon of the Fall”, con l’ampli sparato a 5 di volume. Ed è allora che uno dei ragazzi nella sala gli si avvicina:
- “Ma che suoni gli Opeth?”
- “Così pare”
Non c’è niente da fare, Jack e la simpatia, un buon esempio di ossimoro.
- “Noi stiamo per iniziare una cover di “The night and the silent water”, ti unisci?
Che culo, Jack la conosce. Non se la ricorda, ma la conosce. E’ una canzone fottutamente triste su qualcuno che è partito e non tornerà più, dura dieci minuti abbondanti e contiene alcuni dei riff più belli mai composti dai tempi di Beethoven. Anzi, se quest’ultimo fosse vivo ne copierebbe a mani basse, ammesso che il suo cane guida lo riesca a portare sano e salvo a Copenhagen. L’aveva sentita per la prima volta molti anni prima, quando il Vichingo gli aveva portato uno strano cd la cui copertina non recava altro che la foto di un laghetto e di una specie di porticato, nell’azzurro elettrico di un’alba piovigginosa. Era “Morningrise”, anno del signore millenovecentonovantasei, e fu una folgorazione. Cinque sole canzoni per un totale di settanta minuti e passa di musica come non l’aveva mai sentita. E poi il Vichingo gli aveva detto, puntandogli l’indice e con voce profetica:
- “Questa è la tua musica, questo è quello che suonerai con noi, il nuovo fratello della famiglia”.
E ci aveva visto lungo, molto lungo. E da allora, quella famiglia s’era sfasciata come tante altre dopo e prima di lei, quelle note emesse dal lettore cd avrebbero visto impassibili passare strade, sorrisi, lacrime e sapori amari, e sarebbero dovuti trascorrere esattamente dieci anni perché Jack riuscisse a vedere la sua band preferita dal vivo. Due volte in pochi mesi, com’è strana la vita a volte, una proprio a Londra al Roundhouse Club, un posto di legno e luci gialle dove è davvero troppo facile che un gothic girl più presentabile di quella del negozio ti si rimorchi con una scusa qualsiasi e tu ti possa risvegliare la mattina dopo appannato dal troppo alcool e con una persona affianco di cui non sai neanche il dannato nome. E nel vapore della noia, con in testa un ricordo scheggiato di una birra chiara che va alla bocca di un viso pallido in un locale su a Chalk Farm, con ancora le orecchie che fumavano per l’alto numero di decibel d’alta qualità assorbiti, lì su Southwark Bridge in un alba piuttosto grigia s’era fermato a guardare il Tamigi scorrere pigro di sotto e aveva capito, aveva capito che le scale misolidie a salire, l’”ancora zuppa”, il “ritenta sarai più fortunato”, nulla sarebbe servito: sarebbe rimasto sempre quella metafora, volendo di chitarrista, per il semplice fatto che quella gente là fuori aveva talento, proprio come Jack le cui opere avevano sempre ricevuto gli applausi di tutti e però lui non aveva avuto il pregio di crederci davvero, ed erano ancora lì che gli frullavano per la testa precise e scandite come se volessero uscire e tramutarsi ora in un mp3, ora in un movimento, ora in una parola detta al momento giusto.
Nel frattempo iniziano i primi accordi, il growl possente a cesellare il primo verso: “And so… you left us/jaded and gaunt/some september” (2). Alla batteria c’è Mastro Lindo in persona, che rulla come un liceale alle prese con il primo tocco di fumo rimediato dal compagno di banco. Al basso, c’è Sacco Di Merda, uno che dimostra sessantadue anni ma ne ha solo venticinque e puzza come se si fosse lavato con la birra. Alle due asce, Jack “Nicholson” Campbell e Rosso Malpelo, occhietti blu e braccino esile da perataio professionista. Alla voce, un cavernicolo apparentemente uscito fuori dalla Macignomobile delle Wacky Races.
Ed è così che si chiude il terzo tentativo di chiusura, con dieci minuti buoni di armonie sdoppiate, tanto sudore, e l’impressione di essersi smaterializzato per un momento e teletrasportato altrove, dove tutto è tanto, tanto leggero.
(1) “Ci riserviamo il diritto di buttarti fuori a calci nel culo da questo fottuto locale se soltanto provi questo ampli suonando stairway to heaven, sweet child o’ mine oppure smoke on the water”
(2) “E dunque… ci hai lasciato / sfinito e desolato / un qualche giorno di Settembre”
Nota: il post, atipico per questo blog e apparso per la prima volta – in versione rimaneggiata- su un certo altro blog più acconcio, è dedicato a G. Lui sa perché.
Secondo tentativo di chiusura
Gli Starbucches a Londra sono un po’ come le pizzerie a taglio della città natale di Jack, le trovi ad ogni angolo e soprattutto solo negli angoli di quella città. Prova a chiedere un pezzo di margherita a taglio a Firenze, o a Milano. Ti guarderanno come si guarda l’ultimo dei pezzenti mentre tu, sconsolato, cerchi di coprire i tuoni che lo stomaco emette per la fame tossicchiando un po’, e magari sperando in un caritatevole supplì da lì a poco. Come tutti i locali di Londra, l’ipotesi che tu consumi la tua scelta consapevole e la bevi responsabilmente al banco non è presa neanche lontanamente in considerazione, ma piuttosto ti devi sedere. Perché Londra è una città dove tutti corrono a destra e mancina, ma quando si tratta di rilassarsi questa gente non è seconda a nessuno, e si prendono il loro tempo e le loro comodità. Anche il meccanismo per l’ordinazione è un po’ cinese, perché tu prima paghi, poi senza uno scontrino, un numerillo, niente, giri attorno al bancone e aspetti che urlino il nome della tua bevanda. Solo che chi le consegna non sa assolutamente una fava di chi ha pagato, e quindi quando ti ritrovi seduto al tavolo con un White Cafè Mocha, un Caramelatte e un Filter Coffee con panna, nessuno dei quali è costato un penny, capisci come una certa fama all’estero gli italiani se la siano guadagnata così, sulla pelle della dabbenaggine di un indianino strano che serve tazze ripiene di liquido nero.
A quello dietro il London Bridge Jack fa tappa fissa ogni giorno. E’ una porticina in legno giallo su un crocicchio che congiunge tre stradine acciottolate, e bei palazzi fatti di mattoni rossi e molto vetro al posto giusto. Ed è lì che un bel sabato di parecchi mesi prima aveva incontrato la bionda, mentre seduto sulla sua poltrona, ma sarebbe meglio dire sprofondato, navigava controvoglia su alcuni siti New Age alla ricerca dell’Undicesima Illuminazione.
“Che ti spiace se mi siedo qui?”
Jack era rimasto un momento spiazzato, perché queste parole inglesi gli risultavano estranee, il che era strano considerato che ormai l’inglese lo masticava abbastanza bene. Era bastato switchare il cervello sulla modalità “italiano” perché assumessero un loro senso.
“No, prego fai pure”
Sempre simpatico e caloroso il Jack.
Le pareti del locale sono pitturate di un viola un po’ scuro, il piccolo soppalco ha una ringhiera di un bel legno chiaro illuminato da tenui luci gialle, e nel complesso il posto quadrava, così iniziano a chiacchierare del più e del meno, ciao io mi chiamo Jack, ciao io passavo di qui per caso e ho pensato di sedermi al tuo tavolo. La bionda è alta un cazzo e un barattolo, è piuttosto magra e manca decisamente di tetta. Però è veramente bellina, vanta un sorriso acchiappone e due magnetici occhi verdi che non stanno fermi un attimo, il che occupa uno dei primi tre posti nella personale scala dei campanelli d’allarme di Jack. Ma le femmine, le femmine, tanto ormai Jack ci ha fatto l’abitudine e pensa che ne ha viste abbastanza per non stupirsi più di nulla, non c’è stranezza, vizio, assurdità o semplice pazzia che non gli sia capitata e dunque decide di giocare, più per noia che per altro, convinto che tutt’al più il bilancio sarebbe stato comunque pari a zero. E infatti.
Lo Starbucche in cui si trova adesso Jack invece non ha nulla di caratteristico, ma è una sorta di bettola coi tavoli di legno e una supposta clientela di stampo artistico. C’è uno che gli assomiglia, porta i capelli come li teneva lui fino a qualche anno fa, lunghi sulle spalle. E’ solo, e legge un giornale a caso sorseggiando una bevanda che a vederla da qui è in grado di evocare la maledizione di Montezuma in persona senza neanche recitare la formula magica. Avrà una trentina d’anni, e Jack si chiede se anche lui sia finito in mezzo alla classica crisi d’identità che coglie ogni maschio di razza umana a quell’età. Non che Jack fosse in crisi, sia detto. Infatti, si può dire di essere in crisi solo raffrontadosi con un periodo di non crisi, mentre Jack, per quanto ne sapeva lui, viveva da trent’anni in una perenne condizione di smarrimento esistenziale, sapientemente dissimulata dietro una apparente maschera di affabile normalità. Presto o tardi si sarebbe ritrovato a camminare lungo la corsia d’emergenza dell’autostrada con un kalashnikov in mano, se lo sentiva, ma per il momento preferiva tentare il suicidio con il secondo tazzone di White Cafè Mocha consecutivo. Oggi è domenica, e nonostante il tempo sbarazzino c’è parecchia gente in giro. Visto che la fermata della metro di Barbican si era subdolamente tramutata nel palcoscenico di un “Aspettando Godot” a caso, e considerato che a lui Beckett gli è sempre stato un po’ sul culo, ha preso un taxi ed è arrivato fino in Tottenham Court Road pigramente, senza una precisa meta che non fosse quella di un caffè caldo e un giro in Demark Street. Le strade in questa parte di London sono un po’ più trafficate, ma a lui, che proviene dalla città che ha elevato il traffico a stile di vita e passatempo sociale, sembra incredibilmente vuota. Lungo il tragitto, mentre il tassinaro guida come un pazzo per vicoli e vicoletti anziché percorrere la principale Holborn Viaduct, ha notato che a Londra guidano tutti con estrema prudenza e riflette che in tutti i mesi di soggiorno londinese non ha visto neanche il più insignificante degli incidenti stradali. Il raffronto con Città del Capo era stato immediato, un posto ove ad ogni incrocio potevi trovare i rottami di una o più vetture e addirittura i carri attrezzi stazionavano come avvoltoi nei pressi di ogni semaforo in attesa che qualcuno si schiantasse a tutta birra o autoesplodesse per un misterioso scherzo del destino. La sua città natale invece, aveva una caratteristica differente. Quando hai fretta, e voglio dire veramente fretta, la più tremenda delle iatture che ti possano capitare è il Vecchio Col Cappello. Questa razza di guidatori sbuca fuori tipicamente la mattina, quando gli ottantacinque anni di età sono mitigati dal sonno ristoratore della notte prima, e infesta le strade principali guidando a venti chilometri orari nel bel mezzo della carreggiata. Tipicamente il Vecchio Col Cappello guida una macchina che a nessuna persona sana di mente verrebbe in mente di comprare, tipo una Opel Ascona prima serie oppure una Fiat Palio bianca del novantotto, e affianco a lui siede sempre la Vecchia Con Pelliccia che per motivi che sfuggono all’umana comprensione si regge alla maniglia sopra il finestrino. Trattasi ovviamente della moglie, una babbiona di pari età che ad una occhiata sommaria sembra vestita di pece e piume come Jacopone da Todi al matrimonio del fratello. Ma la cosa peggiore è che i due parlano, parlano e ancora parlano. Ma che cazzo ve dovete dì dopo sessant’anni di matrimonio, pensa Jack ogni volta che un Vecchio Col Cappello gli si piazza davanti e lui deve infrangere sedici articoli del codice della strada per liberarsene.
A Londra invece, di Vecchi Col Cappello non ce n’è. Anzi, a voler essere precisi sono proprio i vecchi che scarseggiano. Qualche sessantenne, che però non rientra ancora nella definizione di anziano, gira stranito per Moorgate ogni tanto, probabilmente braccato dagli accalappiacani. Rimane aperto l’interrogativo su che fine abbiano fatto tutti quelli delle generazioni precedenti, apparte ovviamente la Regina che avrà anche lei i suoi tre secoli buoni sul groppone e che comunque non guida personalmente. Jack ritiene che una buona parte siano finiti in campagna, e se li immagina fare avanti e indietro sulla sedia a dondolo nel patio di qualche tipica casa inglese di quelle a due piani e le finestre bianche a ghigliottina, alcuni mummificati tipo Psycho, parcheggiati lì poiché non più in gradi di produrre business. Il giro in taxi però non era stato del tutto infruttuoso. I taxisti infatti, possono essere agevolmente suddivisi in tre categorie: muti come salme e intenti a bestemmiare contro tutto ciò che gli ingombra la strada; ciarlieri come una comare, e ti raccontano in genere teorie complottistiche sugli alieni; oppure infine la categoria “dieci centesimi per iniziare, un colpo in testa per finire”, cioè quelli che iniziano muti MA se gli si da il via non la finiscono più. Memorabili esempi delle prime due categorie erano stati, nei vari anni di peregrinazioni di Jack, un tassista milanese ormai prossimo a diventare Vecchio Col Cappello che procedeva a trenta all’ora sulla Tangenziale Sud verso Linate e che era riuscito a infrociare contro una colonnina gialla dell’SOS, il tutto mentre l’aereo di Jack da Linate gli faceva ciao ciao dal cielo, e il mitico Basento25 a Roma, tutt’ora indisputabilmente il più spassoso tassista mai incontrato durante la decennale carriera di Jack. Basento25 s’era presentato dentro l’apparente normalità di una Multipla bianca, alle quattro e quaranta del mattino alla fermata della metro concordata. Aveva raccattato Jack e l’Amico Frutz, e s’era diretto tosto verso Fiumicino dove un volo per Cagliari li attendeva. Quando ti svegli a alle tre di notte ed esci di casa alle quattro del mattino, tutto ciò che vuoi dalla vita è una superficie piana dove poter chiudere nuovamente gli occhi. E invece, durante il tragitto, il dramma. Basento25, out of the blue, raccontò di essere stato l’amante di Moana Pozzi e di avere un passato da pornodivo, interrotto all’apice della carriera da una frattura al menisco (??) curata con delle medicine che gli permettevano di durare nell’atto sessuale anche per diverse ore consecutive.
“E questo era un problema, capite? Perché se fai il pornodivo, devi poter concludere a comando! Tac Tac Tac Taaaaaaaac!!”, aveva asserito veemente dando manate ritmiche sul volante come a mimare un amplesso.
Jack e l’Amico Frutz erano scesi dal taxi con la faccia di chi aveva appena visto Saw L’Enigmista in azione e giusto in tempo per evitare che Basento25 si tirasse giù la patta dei calzoni e dimostrasse le sue potenzialità.
Il tassinaro londinese, che invece pareva Robinson Crusoe dopo il naufragio, era appunto uno di quelli che chiacchiera col cliente a tutti i costi, e nel suo deliro contro Blair e la guerra in Iraq, in cui non si sa bene come aveva messo in mezzo anche oscure basi lunari popolate da omini verdi che a detta sua regolavano con potenti macchinari non solo le maree, ma anche le decisioni del G8, se n’era poi uscito con una interessante teoria su come chiudere le valigie troppo gonfie di vestiti.
A detta sua, in commercio c’erano le cosiddette “space bags”, buste di plastica con valvola incorporata che, utilizzando un qualsiasi aspirapolvere, ti permettevano di fare il vuoto dentro e comprimere i vestiti del 52%. Aveva detto proprio così, cinquantaduepercento. E Jack, che di vuoto dentro e percentuali mediocri se ne intendeva, era andato qualche giorno dopo a comprarne un paio al negozietto, e ora, con le lenzuola e gli asciugamani sottovuoto e compressi del cinquantaduepercento, sentiva di potercela fare a chiudere quella dannata valigia.
Primo tentativo di chiusura
A guardarsi indietro, ci si può tramutare in statue di sale. Questo pensa Jack inalando l’ennesima sigaretta di mille e sentendo un dolore molle e soffuso al petto che gli fa pensare a quanto è stronzo ad essersene accesa un’altra, appoggiato com’è alla ringhiera che cintura il marciapiede di fronte alla fermata della metro di Barbican. Dietro di lui, a pochi centimetri, il traffico della city scorre più o meno regolare fra enormi camion col rimorchio, che non si capisce cosa siano venuti a fare da quelle parti, qualche autobus rosso a due piani tipicamente semivuoto e diretto verso qualche disgraziata location periferica tipo Croydon, e ovviamente l’interminabile, incessante sequela di black cabs, una cosa neanche lontanamente concepibile per chi, come lui, provenga da una pur bastevolmente grande città europea.
Erano state settimane pesanti le ultime, ed esattamente come è possibile leggere le vicissitudini della Terra carotando un po’ di ghiaccio al polo nord, così era possibile solo analizzando le sue occhiaie e l’intrico di rughe attorno agli occhi definire esattamente quanto fosse stanco. Ogni singola telecamera installata a Londra, che fosse nella tube o in qualche vicolo dimenticato da Buddha, ognuna aveva progressivamente registrato un decadimento ben leggibile mano mano nei suoi occhi. Non era neanche servito a niente dedicarsi a qualche sana partita di squash o uscire tutte le sante sere, fra l’altro con punte rimarchevoli come quella passata al Sanderson Club, un posto di quelli tutti tende e candelabri in cui i bianchi si divertono ubriachi come scimmie e i neri stanno fuori nella migliore delle ipotesi a fare la security. Dopo venti minuti passati ad un tavolo da biliardo con il panno viola, era ormai diventato l’amico di tutti. Domani nessuno si sarebbe ricordato di niente, l’alcool ha questo piccolo e non del tutto spiacevole effetto collaterale, ma alcuni frammenti sarebbero sopravvissuti, come quel divano imbottito dalla spalliera incorniciata da vere corna d’alce, e una simpatica zoccolaccia che s’era persa il pacchetto di sigarette, ritrovato poi nelle di lei mutande dopo affannosa mobilitazione generale di tutti i maschi presenti in sala. D’altra parte, pensa Jack, non è che gli inglesi abbiano conquistato la nomea di zozzoni così, per un caso. D’altra parte, una città dove piove trecento giorni su trecentosessantacinque e nessun palazzo ha neanche mezzo fucking cornicione per ripararsi, è chiaramente destinato ad una molto inelegante fine. Fa un freddo becco e tira un vento che ti monta pure un mobile dell’Ikea, e per strada devi star attento a non attaccar briga con branchi di pupazzi di neve randagi in cerca di cibo, ma è tutto sommato una bella giornata se si eccettua che fra poco nevicherà, la persona che deve arrivare porta ritardo come il vaporetto ma soprattutto un bambino vestito da qualcosa che dovrebbe essere Zorro gli spara con una pistoletta di plastica urlandogli “Gotcha!”. Jack si abbassa sulle ginocchia e tenta di spiegare al pargolo che Zorro di solito usa la spada, non la polvere pirica. Sennò come fai a fare la Z sui muri, pirla? Capire gli inglesi quando parlano è un’impresa, ma comprendere i bambini inglesi è qualcosa per la quale neanche la Scienza può offrirti soluzioni, così Jack spera con tutto il cuore di aver capito male quando il frugoletto gli risponde che no, lui è vestito da Metal Gear Solid, un eroe dei videoggiochi ggiovani. A buon peso, Jack si prende l’ultima parola e consiglia al poppante di chiudersi bene in camera stanotte, perché verranno un paio di uomini neri e brutti che lo trascineranno con loro nell’Ade. Mentre Jack vede i due enormi occhi azzurri farsi incerti e girare sui tacchi per tornare dalla madre, la classica donna inglese di mezza età che fino a venticinque anni doveva essere stata una gran bella ragazza, ma che esattamente un minuto dopo la mezzanotte di quel fatidico compleanno s’era improvvisamente sfasciata tramutandosi nel cesso col comignolo che appare ora, d’improvviso tutta la stanchezza dei suoi trentadue anni gli cala addosso e pensa che ha bisogno di un caffè dal più vicino Starbucks, un White Caffè Mocha nella tazzona di ceramica da sei litri con su stampato il faccione verde della sirena e parecchia panna sopra, una bevanda di quelle che hanno una precisione matematica, dopo esattamente ventisei minuti devi trovarti seduto sulla tazza del bagno, perché lo squaraus arriva inesorabile e non annunciato da alcun sintomo apparente. Mentre il bambino e quell’abbacchio con le galosce che è la madre spariscono dietro l’angolo, Jack pensa che gli inglesi figliano come conigli a capodanno. Basta fare un check-in al desco Alitalia nel terminal 2 per rendersene immediatamente conto. E’ tradizione infatti che per prendere il volo del venerdì, quello delle 16.40 che ti permette di arrivare a casa ad un orario cristiano, mezza Londra si riversi all’aereoporto. Non solo solo i pur tantissimi emigrati e pendolari italiani che affollano la coda, un serpentone che può anche essere lungo quattro o cinque volte ciò che ogni persona di buonsenso potrebbe mai tollerare, ma sono anche allegre famigliole inglesi che si vanno a fare un weekend a quella che a loro sembra una località tropicale.La media dei figli è di due per famiglia, ma certe si spingono oltre e ne fanno anche tre o quattro. E siccome non si viaggia mai da soli, bastano un paio di famiglie in coda al check-in ed è subito Zecchino D’oro. L’ultima volta c’era un gruppo composito ma bellissimo. Lui, un domatore di spaventapasseri dell’alto Galles. Lei, pareva Kaiser Soze. L’altra, un troione vestito da Subcomandante Marcos. E cinque figli. A quel punto di chi fossero e quale dinamiche di coppia ci fossero in quella strana famiglia non costituiva rilevanza, ma erano davvero bellissimi. Vestiti come straccioni, non ce n’era uno che avesse i denti nell’ordine che il buon Dio decise per l’Uomo all’atto della Creazione, e stavano tentando di impiccare la più piccola del gruppo con il nastro incanala-coda. Dio li benedica e gli dia un posto sull’aereo il più lontano possibile dal mio, aveva pensato Jack.
Insomma nel frattempo che Jack divaga con la mente ecco che la neve, tanto attesa per tutto l’inverno da ogni londinese che si rispetti, inizia a scendere di nuovo. In effetti, la mattina s’era annunciata così, con dieci centimetri di manto bianco e il delirio per le strade. Ma non era stata l’unica cosa strana di quella mattinata. Scostate le tende e affacciatosi dalla camera da letto, questi inglesi burloni gli avevano costruito una impalcatura a tre centimetri dalle sue finestre, e c’erano almeno quattro operai che avevano interrotto il lavoro e lo stavano fissando. Pareva improvvisamente di essere finiti in mezzo ad un video dei Village People, con l’unico particolare che Jack normalmente dorme nudo, e dunque non c’erano dubbi su chi sarebbe stata la locomotiva del trenino. Rabbrividendo e non per la neve, Jack s’era vestito in fretta e furia ed era sceso per strada dove sembrava essere appena esplosa una bolla di entropia a 98 ottani. Macchine carambolate, vecchine che strisciavano sul ghiaccio dopo essere rovinosamente cadute al suolo, gente attaccata per la lingua a dei pali ghiacciati. Anche Jack ci stava per rimettere la ghirba perché aveva indossato scarpe con suole lisce, ma si era prontamente riequilibrato aggrappandosi a delle promesse votive. Quelle stesse promesse che non erano bastate a chiudere la valigia, che giaceva aperta come una cozza in mezzo alla camera da letto, tutto il contenuto dispiegato attorno come i petali di un variegato margheritone. C’erano da riportare indietro almeno sei mesi di vita londinese e la valigia verdone fosforescente era schioppata malamente un paio di settimane prima. C’avevano pensato le sorelle di Jack a regalargli la Verdona Seconda, di un verde socialmente più accettabile e abbastanza capiente da poterci infilare dentro un koala obeso con tutto il ramo di eucalipto appresso. Non abbastanza, pensa ora Jack entrando da Starbucks, domandandosi come farà a svéllere il manico retrattile della valigia, conficcatosi al muro dopo aver fatto un tentativo di chiusura del bagaglio tuffandocisi sopra a volo d’angelo dalla spalliera del letto.
L’altro libro era stato acquistato un giorno di pioggia all’aereoporto di Heathrow, quando arrivato al consueto terminal 2 la gentile signorina al desco accettazione aveva candidamente asserito, ovviamente profondendosi in ampie scuse, che non esisteva alcuna prenotazione a nome Jack Campbell, e anzi secondo lei uno con questo nome era così assurdo che non poteva neanche esistere. Non c’era voluto molto perché il supervisor, richiamato dallo starnazzo della hostess a cui Jack Campbell stava serrando la gola a nude mani nel tentativo di strozzarla, avesse posto rimedio alla situazione: con tante scuse Jack era stato messo in business class sul volo successivo e calorosamente invitato a passare le cinque ore d’attesa nella saletta vip. A quel punto, la questione era solo stata come ammazzare il tempo. Il rimedio più semplice era stato ammorbare buoni tre quarti dei quattrocentoottantuno nominativi che componevano la sua rubrica del cellulare. L’altro quarto era gente che Jack non sentiva più e di cui teneva il numero solo per riconoscerlo e non rispondere in caso qualcuno fra questi lo stesse chiamando. Ma d’altra parte è noto che Jack, come ebbe modo di dirgli una cara amica di tanto tempo fa, distrugge la gente che gli sta vicino. Vicino, aveva pensato Jack chiudendo l’ultima telefonata (aveva provato a chiamare il numero del padre, che però risultava spento o non raggiungibile), e la parola gli aveva rimbombato nella cavità cranica portandogli un sorriso amaro sulla bocca. Il tatuaggio all’avambraccio gli avrebbe ricordato che le persone cambiano, che ogni tanto riesci a fare un pezzo di strada con qualcuno la cui sagoma è emersa dalla nebbia come un regalo ma presto ne verrà riassorbito. E’ la vita, il bioritmo delle cose. Insondabile, incontrollabile e spesso dal sapore salato. Jack sarebbe andato con la mente a tutti questi pensieri solo qualche tempo dopo, troppo impegnato come era quel pomeriggio a vagare per i cento negozi duty free dell’aereoporto, da cui era emerso con una giacca militare Barbour che puzzava di foca lontano sei miglia e con un libro di Tom Holt, sulla copertina un omino stilizzato che brandisce un’ascia insanguinata e un titolo che era stato amore a prima vista: “Non devi per forza essere malvagio per lavorare qui, però aiuta”. Come questo libro fosse finito a fare da zeppa alla porta della camera da letto Jack ancora se lo sta domandando, mentre sente la chiave girare infilarsi dall’esterno nella toppa e fare le due mandate al contrario che sbloccano i dodici chiavistelli. Jack è così, non se ne libererà mai e continuerà a dormire con le finestre a persiane aperte pure se il sole si leva alle cinque e dieci del mattino, e le porte chiuse. Ha sempre avuto bisogno di una via di fuga e di un campanello d’allarme, il Jack, perché troppe volte è stato sorpreso nel sonno e troppe volte era stato chiuso in un angolo.
Jack ora si sta infilando alla svelta l’accappatoio di spugna bianca che giaceva per terra nel bagno. Il vino ha macchiato di rosso vermiglio la cinta e ci sono due grandi macchie rotonde, anch’esse rosse, all’estremità delle maniche e sul davanti. Cerca di pettinarsi i capelli ancora bagnati, ma quello che ottiene si avvicina molto all’acconciatura di Doc in “Ritorno al futuro”. Panettone Is On The Table e la bionda, diligentemente senza scarpe, sono in corridoio cercando di capire esattamente quale salto dimensionale li abbia portati dall'appartamento 60 in Aldersgate Street sul set di un film di Romero. Jack li vede sbattere le palpebre velocemente e in sincronia, quasi si fossero messi d’accordo prima, i loro occhi si sono fatti più grandi e più aperti. La bocca è spalancata e li fa assomigliare a delle bambole gonfiabili, il loro mento quasi gli tocca il petto. Davanti a loro, c’è un individuo che a giudicare dai capelli ha appena vissuto una tremenda esperienza sessuale con una presa elettrica, sui suoi piedi nudi dei graffi come se avesse fatto a gara di zampate con una tigre, ed è vestito con un accappatoio bianco sinistramente macchiato di un rosso indefinibile sulle maniche e all’altezza del torace. Ora ruotano lo sguardo sbigottito verso destra, dove i sei chili del sugo Schmutz, rappresi in macchie rossicce dai bordi nerastri, adornano il pianale della cucina, i fornelli e le pareti. Tutt’attorno, rifiuti accatastati, fiori finti morti e un asse da stiro ribaltata per terra. Quello che si vede della camera da letto non è raccomandabile: una valigia dentro la quale è stata fatta brillare una mina e dai cui resti emergono dei compact disc dalle copertine inquietanti, uno dei quali sta suonando nello stereo emettendo suoni gutturali. Per terra, un libro caratterizzato dall’avere il frontespizio disegnato con un omino munito in mano di un’ascia che gronda sangue.
Il gruppetto sta in silenzio per un tempo che sembra indefinito, ridestato solo da un tuono cupo che viene da fuori e scuote leggermente i doppi vetri. Per terra, nel bagno, è ben visibile una pozzanghera rossa. Con un click la porta dell’appartamento 60 si chiude, Jack è ora da solo fermo in mezzo al corridoio, mentre il sipario si chiude sulla piccola bottega degli orrori.
Quattro
Jack non sogna mai. O meglio, probabilmente qualche sogno s’intrufola lo stesso dietro i suoi occhi chiusi, ma lui non se ne ricorda minimamente quando li riapre al risveglio. Certe mattine gli sembra di poter ancora afferrare qualche frammento indistinto, magari una voce o un volto, che però gli scivola via elusivo disperdendosi chissà dove nelle sinapsi elettriche del proprio cervello. Stavolta invece sa di trovarsi su un aeroplano di quelli degli anni cinquanta, a elica e dalla fusoliera luccicante con i bulloni a vista. Sta fumando tranquillamente seduto comodo sulla propria poltrona di prima classe, con davanti un tavolino a stelo che offre appoggio per un posacenere di cristallo e un flute contenente quello che presumibilmente è champagne. Ad un tratto sente crescere dentro di sè un fastidioso senso di disagio, e ha bisogno di esternare subito ad una hostess la sua contrarietà circa qualcosa che ha notato guardando fuori dall'oblò.
- “Hostess” – grida, “Ma che cazzo, si può avere una risposta? Stiamo precipitando oppure no? Vi decidete a darmi i dettagli? Come può fare un progetto un povero cristo se non ha tutte le informazioni a disposizione?”
L’hostess per&og